Racconti

Riportiamo di seguito alcuni racconti a cura di Celso pubblicati man mano all'interno dei nostri giornalini


I L   L I N O

Pianta erbacea il cui stelo raggiungeva i  50-60 cm.

Il seme lo si metteva in campo ben coltivato ed asciutto in primavera, dava fiorellini azzurri quindi il seme “semedlin”. Le piante, una volta mature, venivano tagliate, raggruppate in fasci e questi venivano messi sui poggioli ad essiccare. Quindi, delicatamente, per non perdere i semi, i fasci venivano distesi sul pavimento pulito e battuti con la “mazzuola” (arnese di legno) ed i semi si separavano.

Dopo la pulizia dalla pula, il seme veniva raccolto e posto in sacchetti o mastelle di legno. Attenzione ai topi!

Il seme di lino è un ottimo linimento, antisettico e rinfrescante. Il seme, bollito, dava abbondante mucillaggine e questo impiastro lo si cospargeva sulle parti infiammate: sulle guance gonfie dal mal

di denti, sui piedi dei bovini quando c’era la zoppina.                                                                                                                                                                                                                                                                               

Anche le puerpere usavano il cataplasma perché allora erano frequenti le mastiti.

Gli steli venivano distesi sul prato falciato e umido e lasciati almeno 15 giorni a macerare e, se non pioveva occorreva adoperare il bagnaorto. Poi venivano raccolti e messi di nuovo sui poggioli ad asciugare.

In autunno, tempo permettendo, le donne con l’aiuto di ragazzi si avviavano alla fornace per la gramolatura. (La fornace di Costa si trovava in “Bagardo” (la Fornas) a monte della strada vecchia per Costalissoio, vicina al barco di Plaina Vittorio. Là si vedono ancora i segni nel terreno. La fornace era una buca rivestita di sassi lunga m. 2 x m. 0,80 circa.).

Le donne con le gramole, almeno quattro, poi la fuochista, altri con la legna, i fasci di steli, con i secchi di acqua, perché non si sa mai ..

La fuochista, donna attenta e responsabile, accendeva il fuoco, metteva delle stanghe sopra la fossa e quando questa era ben calda stendeva sopra le stanghe i fasci di lino, sempre attenta che non prendessero fuoco. Qundo i fascetti erano caldi a giusta misura venivano dati uno alla volta alla donna più vicina con la gramola da sgrossare (la gramola è un arnese di legno duro che frantuma lo stelo che, in pezzetti, si separa dalle fibre del lino. Questi pezzetti si chiamano “reste” (scarti).

Dopo, il fascetto passava di mano alla seconda e terza gramola quindi alla quarta per la rifinitura che era praticata da donna intenditrice oppure dalla padrona del lino stesso.

In momenti di pausa, siccome erano sempre colà ragazzi con le madri, queste facevano delle trecce legate ad un bastone e le davano a loro ché schioccassero. E si divertivano ed a gara a chi schioccava più sonoro!

La fibra del lino, raccolta in matasse, era pronta per la filatura. Questa veniva fatta in inverno dalle donne nelle “stue” (soggiorni).

Il filo con l’aspo veniva raccolto in matasse e messo a bollire nella lisciva di cenere poi risciacquato alla fontana. Attenzione che lo stradino non le vedesse! Era la multa! L’acqua doveva rimanere pulita per l’abbeverata degli animali.

In Comelico c’erano diverse tessiture e si poteva tessere con filo doppio, uno di lino ed uno di lana, così si aveva la stoffa chiamata “medalana”: una giacca di medalana durava una vita. Il tessuto veniva  portato a Gera dai “folladori” che mediante martelli di legno azionati dal torrente Digon battevano sui tessuti inumiditi rendendoli più soffici. Quindi in tintoria. A Gera erano specialisti i Sacco Zirio. Le lenzuola di lino venivano distese sui prati perché prendessero un colore più bianco, però erano sempre ruvide e non piacevole il sonno con esse.

 


S t o r i a    l o c a l e

INCONTRI E RACCONTI DI DONNE DI COSTA DEL 1800

 

Si tratta di De Tomas Pinter Scolastica (1819-1885), figlia di Pietro (1772-1846) e di Costan Titola Gasparina (1776-1823), sorella di Giovanni (1814-1853) coniugato con Costan Strenta Agnese fu Girolamo (1816-1880) che ebbe diversi figli ma solo tre sopravissuti (Giobatta n. 1842, Filomena n. 1844 e Gasparina n. 1846) e sorella pure di Felicita (1811-1878) coniugata con De Rigo Rosso Giomaria e madre di Apollonia (1840), di Giobatta (1844) e di Filomena (1844). Il marito di Felicita era agente della famiglia Vettori di Gera e godeva di una certa prosperità.

Scolastica, nubile ed illetterata, abitava nella casa vicino alla Chiesa di S.Daniele di Costa, casa che distava dal muro esterno dell’abside di m. 2,50. Sarebbe stata ancora più vicina però nella costruzione della Chiesa (1867) e previo indennizzo venne demolita la latrina consortiva con De Tomas Pinter Ficchio Graziosa, non sua parente.

La sua casa si prolungava a est. Subito sotto c’era la casa dei De Rigo Marietta “di chi Paule” che arrivava fino alla strada “via vecchia” e, di sopra, un’altra casa di De Tomas Pinter Lucia “Cia Bionda” moglie di De Rigo Lunarda Osvaldo che arrivava fino alla strada “via De Tomas”. Sopra detta strada c’era la casa di De Rigo Basson Martino e più ad est di questa la canonica mansionarile di Costa. Dunque la Scolastica abitava a tre metri dalla chiesa ed a venticinque metri dalla canonica.

Rimase orfana di madre a soli 4 anni e fu la sorella Felicita ad allevarla ed a governare la casa. Ancora fanciulla apprese i mestieri di casa: casalinga, cuoca, rammendo, mungere la vacca; ma non a leggere e scrivere anche se la scuola nella canonica era a pochi passi da lei.

La scuola era maschile e per le donne era tabù. Alcune, di famiglia benestante, pagavano il mansionario per essere istruite.

Molto affezionata alla famiglia non volle sposarsi. Essendo molto servile si dedicava al decoro della chiesa ed a fare l’orto per la canonica, tanto che nell’anno 1840 il mansionario di allora Prè Bernardo Zambelli Buzzo la prese come “perpetua” (serva) e perpetua rimase finché si ammalò e morì.

Nel gennaio 1842 la campana mezzana si ruppe mentre suonava per la morte del padre del mansionario. Dovette essere  tolta dal campanile e portata ad Innsbruck in fonderia ed il compito fu affidato a De Rigo Frare Giobatta.

Diceva la Scolastica:

“Da casa mia vedevo quegli uomini a togliere lassù sul campanile i “frai” (finestre) nella parte a sud, poi era tutto un’armatura e con le corde calarono la campana fessurata nel nostro orto, davanti al campanile, poi bagagliarla ben bene e trascinarla giù in via vecchia e caricarla sul carro di Titta Frare. Prè Bernardo mi mandava dagli operai con la pignatta del vino e le tazze.Immancabilmente ogni giorno loro mi avevano da fare i complimenti:

- ...che bella “carpeta” (gonna) hai oggi, che bel grembiule! E’ buona stoffa?

E volevano toccarle per darmi il pizzicotto ed io gridavo:

- State chieti che mi fate strazzare il vino.

Ma non solo i giovani. Anche l’impresario Tita Frare (1805) li imitava e io dicevo:

- Sta’ fermo sennò  lo dico a Rosa.

Ed anche il mistro Tamon di Danta ed io gli dicevo:

- Andate a Danta a pizzicar vostra moglie, pazienza vostro figlio che è della mia età ma voi…”

 

Scolastica di frequente andava a trovare i suoi cugini: Titola Giobatta ed Anselmo. Loro abitavano nella casa a destra della strada che dal Col Dal Brento sale verso M.Zovo ed era la seconda casa; la prima era dei De Rigo Marietta Bortolo, ove ora è la casa dei Marin. La terza casa, sempre a destra, era dei De Rigo Basson ora estinti. Tutte case di legno. Particolare attenzione aveva col cugino Giobatta perché non riuscivano ad avere figli, morivano da piccoli. Sua moglie Pinter Elisabetta  era 20 anni più giovane e si raccontava:

“ Titta Titola era intento a falciare a Stodeprà ed intanto sulla strada sono passate la Scolastica e la Pinter Ficchio Graziosa. La Scolastica aveva in braccio la bimba di Ciosa. Titta le disse:

- Cara cugina lascia che veda che bella bambina hai.

E lei rispose:

- Ma va… non è mica mia, questa è figlia di Ciosa, noi abitiamo nella stessa casa vicino alla chiesa ed ora andiamo a S.Nicolò per il battesimo.

Titta augurò buon viaggio e disse a Ciosa:

- Cosa direste se vostra figlia divenisse mia moglie?

E la Ciosa rispose:

- Non mi dispiacerebbe però campa caval… alla ora che la Lisabetta sarà da sposare tu sarai già vecchio.”

Titta attese e si sposò.

L’altro cugino Anselmo aveva un figlio, Valentino, orfano di madre. Il padre era emigrato in Austria dove faceva lo stagnino. Valentino era malaticcio, cieco, era suonatore di fisarmonica e si raccontava:

“Andavano in giro per i paesi lui e suo zio Titta con un occhio bendato a suonare e dicevano:

- Noi siamo in due con un occhio solo. “

Era Scolastica che lo curava ed assistette al suo decesso nel 1880 a 33 anni.

 

Felicita sorella di Scolastica, andò ad abitare nella casa del marito che era a monte dell’attuale casa di De Tomas P. Daniela, vicino alla fontana che già allora esisteva. La strada non c’era e l’unica strada Tamai-Costa-Rio Larice era ed è l’attuale che passa sotto la casa della Regola.

La casa di GioMaria ed il complesso di case dei De Rigo Vedova arsero nel rogo che distrusse il paese nel 1893.

Scolastica andava ogni tanto a farle visita:

“Bondì sorella dimmi come va?”

E Felicita, intenta ai servizi di casa, rispondeva:

“Non posso lamentarmi. Con i figli va bene e Plonia (Apollonia) già pretende di fare la casalinga anche se ha solo 8 anni. Il marito è quasi sempre a Gera dai Vettori. Sai è sempre sopraintendente in quella casa ed è rispettato. Sai, lui è preciso, onesto e fedele e così i suoi padroni hanno fiducia. L’altro giorno sono andata pure io a Gera a fare la “lisciva” (bucato con la cenere) ed al termine donna Ester mi ha dato delle gonne e busti, sono usate sì ma buone e belle. E tu Scolastica puoi provare se ti vanno bene.”

Ella indossò, le piacevano e disse:

“Brava, mi piacciono sti vestiti e li ridurrò a mia misura, qualche cosa mi darai anche per la cognata Agnese che ne ha bisogno. Sai io me ne intendo di rammendo, lo faccio anche in canonica e i rimasugli li metto assieme, li cucio col filo da scarpetti. Ho tanti gomitoli di buon filo di lino che ho filato questo passato inverno. Anche quest’anno voglio seminare un poco di lino sotto casa ed in autunno andremo alla fornace a gramolare con altre donne che me l’hanno già chiesto.”

 

Le stoffe già consumate, coperte, lenzuola, non degne di essere usate venivano trasformate in suole per “scarpetti” (pantofole). Venivano tagliate seguendo lo stampo della suola, poi cucite con il filo doppio di lino ritorto con punti fitti e ben tirati e si aveva la suola dura come il cuoio dello spessore anche di 2 cm. Si comperava il velluto, la fodera e la cordella e mani esperte facevano le tomaie quindi col filo di lino venivano cucite alle suole. I scarpetti erano di vari colori: neri per gli anziani, verdi o grigi per i più giovani. Tanti erano ricamati con dei fiori che ne risaltavano la bellezza. Le giovani li facevano e li regalavano ai futuri mariti.

 

Un bel pomeriggio di primavera del 1850 Felicita andò in casa di Scolastica dopo essere passata per il cimitero a salutare i suoi genitori. Entrò e disse:

“Buondì, vengo a trovarvi ed ho condotto con me la Plonia (Apollonia).”

In casa c’era Scolastica, Agnese sua cognata con le figliole Filomena e Gasparina  mentre il figlio Giobatta era a scuola; il fratello Giovanni era al lavoro nel bosco. Si misero a chiacchierare e Litta (Felicita) disse:

“Ieri sono stata tutto il giorno a Gera dai padroni. Ho mangiato colà ed ho qui alcuni dolci avuti, assaggiateli! Sono andata con la Plonia e colà donna Ester ha fatto i complimenti ed ha chiesto se va a scuola e lei rispose di no perché a Costa c’è solo la scuola per i “borci” (maschi).

La padrona mi disse che dovrei mandarla da qualche maestro privato. Io le dissi che parlerò col mansionario Prè Titta (1) ma ho paura che lui non accetti visto i suoi impegni. Il marito mi disse che proverà lui visto che ha ancora l’abbecedario di quando era piccolo però non è da farsi illusioni.”

Agnese disse:

“Sarebbe una bella cosa!”

Scolastica invece disse:

“Non serve a nulla, non è costruttivo. Io vedo i scolari della canonica divenuti anziani, alcuni hanno già dimenticato e sanno solo mettere la firma. Non è bene che le femmine imparino, le femmine hanno già il loro da fare. Le femmine ne sanno più degli uomini: sanno cucinare, far bucato, rammendo, far scarpetti, curare l’orto, mungere, filare, fare calze e maglie. Queste cose gli uomini non fanno e poi non è detto che gli uomini colti siano migliori degli analfabeti. Faccio un esempio: qui sotto la strada nella casa fraterna abitano i fratelli Nicolò e Ermagora Plaina, essi sono analfabeti e pur si arrangiano, hanno iniziative e Nicolò ha acquistato pure quel fienile là,  sotto la strada (era posto sotto la  via vecchia ove è l’orto dei Costan Zovi, era del dott. Cortà e prima ancora era dei De Tomas di Antarigole (2)), ha comperato pure molta terra a Poz sotto e sopra la strada, poi in Pradatte e va in Carinzia a fare il clomper ed è illetterato. Invece i De Tomas di Ante… che abitano in quella casa là che è di muro (è la casa di Giancarlo e Marino Plaina) sono colti ed erano pure deputati e marighi, anche le donne sono colte e vanno vestite come le principesse, leggono libri, non solo massime eterne ma anche libri profani e chissà cosa ci sarà scritto; infatti si siedono là nel cortile, al sole, e tirano su le sottane che quasi si vedono le ginocchia. Che vergogna! Si si rimproverano ti rispondono: “Fino al ginocchio può guardare qualsiasi occhio”. Adesso vanno in malora. Hanno avuta disgrazie sì ma non hanno saputo tener conto. Vedete non è tutto oro quel che luccica. Vedrete non passerà tanto tempo, poi i De Tomas  dovranno sloggiare da quella casa che è sotto ipoteca. Anche Prè Titta dice che ai maschi è utile studiare perché hanno più responsabilità e poi devono lavorare fuori. Alle donne va bene un buon insegnamento di cucito e cucina.”

 

Altra chiacchierata.

Felicita:

“Oggi ho visto cosa si muove qui in Costa: su sopra casa mia sulla strada passeggiavano la “cargnela” quella che vende terrine e scodelle e Beppo Regin, poi sono discesi aldilà del Col del Brento ed entrati nella casa di Regins che è vicina alla tua casa paterna” disse rivolgendosi ad Agnese. “Vedrete che quei due combinano qualche cosa.”

Allora Agnese disse:

“Bene bene così avremo le contrade piene. Così vicino ai miei fratelli saranno due le “cargnele”. Pure Scolastica l’ha vista in canonica ove il Prè ha acquistato alcune belle tazzine e disse che sarà per quello che viene così spesso in Costa. (3)

Fecero una pausa sorseggiando il caffè offerto da Agnese: caffè nostrano ben s’intende, coltivato negli orti, con sapore più di assenzio che di caffè.

Anche durante la guerra 1940-45, periodo di tessera annonaria, si adoperava quel caffè ed era in giro la barzelletta di De Rigo Rosso Osvaldo che diceva: “Quando era il Re si beveva caffè, quando è divenuto Imperatore è rimasto l’odore, poi è divenuto Re d’Albania ed anche questo se n’ è andato via, ancora una vittoria e rimarremo anche senza la cicoria.”

 

Scolastica abitava sempre nella casa paterna assieme a suo fratello Giovanni con la sua famiglia ed è qui che avvenne un nuovo incontro questa volta in un pomeriggio dell’anno 1852, erano presenti Scolastica, Agnese con il figlio Giobatta e le figlie Filomena e Gasparina, Felicita e la figlia “Plonia” (Apollonia); Giovanni era al lavoro nel bosco.

La fanciulla Plonia volle chiedere a sua zia Agnese il perché la chiamassero “Gnese dla Strenta”.

Agnese rispose:

“Vieni qua fuori sul poggiolo e ti mostro il perché. Tu conoscerai i sentieri della tua contrada che si chiama De Rigo e non si pretende che alla tua età tu possa conoscere i nostri di “Chi d’Costan”. Vedi quella strada che si distacca da quella che passa sotto il cimitero e che va diritto giù? Quella strada ripida e profonda è la Strenta e passa vicina alla mia casa paterna che è quella lì a sera, e continua giù, vedi quelle due case una a mattina ed una a sera? Quella a mattina è dei Costan Zanon e quella a sera dei Costan Dorigon. La strada poi continua per Stodeprà e va a San Nicolò. Anche i miei nonni e bisnonni erano chiamati Costan “Dla Strenta” e chiamati pure “Chitin”. D’inverno con la neve ed il freddo è una “ridna” (risina) e per camminare occorrono  i griffi sotto i piedi. Pure io metto le fasce di lana sotto i scarpetti per andare a messa la domenica a S.Nicolò.”

Poi intervenne Scolastica:

“E’ grazie a tuo padre Giarone (Costan Strenta Girolamo 1785-1847) ed altri che hanno fatto la petizione al Prefetto. Vi ricordate? Qundo è venuto il medico provinciale dicendo che si deve chiudere questo cimitero e farne uno nuovo a Stodeprà. E sulla petizione dicevano che d’inverno i morti uccidono i vivi passando per la Strenta a meno che non si aspetti la buona stagione a seppellirli e dicevano che non ci sono altre strade all’infuori di questa. Con quella petizione, il provvedimento è stato sospeso e noi sospirando che duri, seppelliamo i nostri morti qui sotto la chiesa: non c’è posto migliore di questo per il cimitero.

Dopo che è venuto Napoleone ed il Regno Lombardo Veneto ci sono sempre novità.”

“Già che siamo sul poggiolo - disse Scolastica alle nipoti - vi mostro dove è sepolta vostra nonna Gasperina requiem ed è là (indicando con la mano) è già più di quindici anni che ci manca. Il nonno Pierin che è morto 6 anni fa è sepolto più in su ed è vicino a nonno Gerone, di voi due: Mena e Gasperina, però non si vedono le tombe perché le fronde di quell’albero le nascondono.”

Interruppe Felicita:

“Mah…! Non potrebbero tagliarlo che fa solo ombra ed in autunno semina le foglie per tutto il cimitero.”

Riprese Scolastica:

“Cosa? Oh! Ongana! Prova solo a parlarne con lo stradino (4) poi sì che sentirai le tue! Quell’albero è la Frassinella sempre protetta come fosse un mito. Non ti ricordi più che da bambine andavamo là sotto a giocare con le formiche? Anche nostro padre ci raccomandava di avere rispetto e, come diceva suo padre, cioè nostro nonno Nicolò, che l’ha vista nascere e crescere, di avere riguardo perché chi osasse farle del male andrebbe incontro alle “contradure “ (disgrazie); come succede a chi sposta i confini nei prati. Mi raccontava il padre che perfino Maria di Danta,  madre di De Rigo Ramo Giacomo (5) che abitava in quella casa vicino al Col del Brento e che è aderente al cimitero faceva la  guardia affinché i ragazzi non vi si arrampicassero. Poi le foglie in autunno vanno a ruba fra noi vicinanti perché sono un’ottima “sternatura” (lettiera) per i maiali ed i vitelli e danno un ottimo letame.”

Avviandosi verso l’interno della casa, Scolastica disse a Felicita:

“Mi pare che tu accennassi alla croce che è sulla tomba della madre ed è marcia ed è da sostituire.” E rivolta ad Agnese:

“Quando ritorna tuo marito Giovanni digli di questa necessità.”

Agnese annuì e Felicita disse che si sarebbe rivolta al cugino (6) Gaetano che era del mestiere e sperava che lui la facesse appena finito il loro tetto e quello di Felice Vedova e prima di iniziare il fienile del Ronco dei Cromar (7). Agnese chiese pure a Felicita a proposito dell’incendio subito dalla sua casa (risulta che il 10 giugno 1849 un furioso incendio incenerì la casa di Antonio Fedel (rifatta, ora è dei Meneghetti) danneggiò quella di Rosso Giomaria e Vedova Felice, il fienile consortivo di Giobatta Rosso con i fratelli De Rigo Lunarda, bruciò fino alle camere di Colutto e Vedova Quirino e pure la casa di De Rigo Vedova Daniele e grazie all’aiuto di moltitudine di gente e di Dio si salvò il resto. Anche l’anno prima il 27 luglio un fulmine colpì il tabiado e fu spento a forza di acqua piovana.)

Felicita rispose:

“Non c’è male. Abbiamo quasi finito così pure gli altri, ma non la casa dei Fedel; per quella ci vuole ancora tanto tempo. Abbiamo avuto subito il legname dalla frazione, il concorso dei boscaioli, dei conducenti con i buoi, dei carrettieri, carpentieri e manovali, tutto gratis. Sai, oggi a te, domani a me. Poi sono venuti da fuori i parenti di Querin e di Felice da Casamazzagno ed i cugini di Tone Fedel da S.Nicolò, noi abbiamo avuto un buon aiuto dal padrone Piero Vettori. Però è dura, specialmente per Tone Fedel (Tone dla Vena).”

 

Scolastica è sempre più occupata negli interessi di famiglia ed ancora di più nei lavori visto che suo fratello è morto nel 1853, poi è occupata in Canonica dopo che Prè Titta ha finito il suo contratto di mansionario ed ora è Prè Spiridione (8).

Sua cognata Agnese è indaffarata per la successione del marito ed ha già dovuto pagare di tasse 8 lire. E’ primavera e riceve visita di Felicita con i suoi figli. Felicita chiese ad Agnese come andasse dopo tutti i travagli subiti confortandola dicendole che erano cose che capitavano in tutte le case. Poi le chiese:

“Ho visto vicino al portone delle tavolette, a cosa ti servono? Devi metterle sul tetto?”

Agnese disse:

“Quelle non sono scandole ma sono doghe e le ho comprate da Gasperin (9) per fare due secchi, costano una lira e non devo pagarle perché lui ha bisogno che io vada a sarchiar la sua biada giù nei Bossi.”

Scolastica riprese il discorso dei secchi dicendo:

“Non potevamo farne a meno, quelli vecchi sono marci e malgrado la pece non tengono più. Gasperin vende anche secchi di latta che sono molto leggeri però costano molto di più. Poi lui li deve ordinare dal fabbro di Sesto. Ho già parlato con il cugino Agostino per la fattura... (15)”

Felicita la interruppe:

“Ma Agostino è capace di fare dei secchi?”

Scolastica:

“Come no! E’ falegname ed oltre ad essere Pinter di nome è anche Pinter di mestiere. Anche Tano è Pinter di mestiere però ora è occupato a costruire il fienile nel Ronco per Antonio Cromar (7).” Aggiunge Felicita:

“Peccato non ci sia più Giovanni, avrebbe potuto fare lui i secchi.”

Disse Agnese:

“No. Mio marito era Pinter di nome ma non di mestiere. Lui faceva il boscaiolo ed era addetto al taglio delle piante ed era tenuto molto in considerazione dagli “aboccatori” (10)  ha incominciato da piccolo con suo padre al lavoro nei boschi; finito l’abbattimento dell’albero la ceppaia risultava come fosse piallata. Portava sempre con sé un cordino per piegare le piantine che erano d’impiccio al lavoro, ma non le tagliava. Non assomigliava affatto ai miei fratelli, quelli sono capaci solo di picco e pala.”

 

Era il 1856 Agnese chiese a Scolastica:

“Ho saputo che ci sono dei cambiamenti in canonica dopo che Prè Titta se n’è andato. Adesso come va?”

E Scolastica:

“Normale, ormai mi sono abituata ai cambiamenti, adesso forse arriverà Prè Titta Martini.

Ieri sono andata a S.Nicolò a prelevare la farina per le ostie per la nostra chiesa. Il curato Prè Osvaldo (11) mi disse che lo stampo per le ostie, che è in rotazione alle diverse chiede del Comelico, ora è a Candide e che sarà pronto per noi solo la prossima settimana. E’ un lavoro delicato. Con me, in canonica, viene la sorella di Gasperin Lucio: Barbara e Giustina moglie del sagrestano Andrea Costan Rossa. La particole appena fatte sono messe ad asciugare e seccare all’ombra quindi custodite in luogo asciutto in vaso ove entri l’aria ma non i topi.

 

Si ritrovarono nuovamente nel 1856 le donne in casa di Agnese e Felicita chiese a Scolastica come si comportasse suo figlio Giobatta a scuola. E Scolastica rispose:

“A quanto ne so dal Prè è un ragazzo bravo e disciplinato ed ormai che ha 12 anni merita le scuole superiori; però dovresti dirgli di conservare meglio i quaderni e i libri perché gli angoli delle pagine sono molto arrotolati.”

Agnese espose la situazione della successione dei beni di suo padre Girolamo e di suo marito Giovanni e Felicita commentò:

“I beni avuti da tuo marito come pure i nostri cioè miei e di Scolastica, sono ben pochi e miserevoli mentre i tuoi avuti dai Costan Strenta sono ben più sostanziosi, almeno questo di conforto ai tuoi patimenti.”

Replicò Agnese:

“E’ vero. La proprietà di mio padre parte dalla strada di Bagardo va giù per Pazze ed arriva al bosco ed abbiamo il fienile assieme a tuo marito Giomaria. Abbiamo terreni ai Bossi e sotto le case, il colonello di Monte Zovo però quello è della Frazione: è nostro solo il diritto di falciare.  Però è una proprietà che viene divisa per cinque, cioè noi fratelli e sorelle, perciò a me spetta ben poco una volta fatta la divisione. Abbiamo un grande colonnello in Aiaredo: parte in cima l’Onè della Saletta, sopra la strada va in su fino al crinale di Col del Pantan poi scende giù a Nord-Ovest fino al pianoro chiamato Vanetto, quel posto a N-O è chiamato “Frazione del colnel” e noi facciamo i fasci di fieno e li portiamo su al crinale e facciamo le velme.”

Il discorso fu interrotto da Gasperina, la seconda figlia di Agnese di anni 10 che disse:

“Madre potreste dire cosa sono le velme?”

La madre continuò:

“Mah non ti ricordi lo scorso anno? Sono dei rami legati assie…” E le figlie tutte in coro a continuare il discorso:

“Sì siii i rami legati assieme col fineo messo sopra poi anche noi sopra e mentre zia Scolastica frenava o tirava la velma noi si cantava e si gridava “iu fu fuii” ed il Longerin aldilà della valle ci rispondeva. Oh che bello! Madre anche quest’anno andiamo su?”

La madre annuì e disse:

“Quest’anno mi aiuterete anche voi a portare su il fieno dal Vanetto. Magari fasci da 5 o 6 chili. Poi andrete giù alla Saletta a prendere l’acqua con la “barizza”, la metterete all’ombra e non prenderete l’acqua che è nel colonnello di Cappello o dei Frari perché è acqua da palude e serve solo per lavare le coppe ed a fare la polenta. Alla sera andrete a Melin a prendere il latte e farete il viaggio con vostra cugina Plonia che vi aspetterà sotto Pian da Dauto nel suo “barco” (baita). Io vi accompagnerò fino in Val dei Boscate ov’è la strada che va su e passa davanti al barco di Plonia. (12).”

 

Ancora quell’anno Agnese lavorò quel “colonello” poi passò in rotazione agli altri fratelli “Chitin” (13).

 

Anno 1865. Altro incontro. Questa volta in casa di Felicita nella contrada “De Rigo” con la cognata  Agnese. Ebbe il benvenuto di Felicita che disse:

“Avanti Agnese e dimmi come va?”

Agnese: “Così, così. Vengo dal cimitero nuovo ove ho detto il De Profundis sulla tomba della figlia Gasperina, sai sono due anni che è morta ed è la prima della nostra famiglia che è stata sepolta a “La Croce” di Zoppè (14).

Felicita chiese ancora:

“E tua figlia Mena si trova bene come serva a Candide?”

“Sì è contenta - rispose Agnese -  però ha molta nostalgia di Costa ed è molto attaccata a me. Ella è tanto “petlona” e non arriva mai con le mani vuote.”

Disse ancora:

“E qua in questa contrada c’è movimento? C’è qualcosa di nuovo?”

E Felicita disse:

“Altro che movimento! Vedi lassù sopra la strada e sopra la casa dei Daniei? Là sono i Cortà che costruiscono la loro casa tutta di sassi e vedi che bel portone fatto ad arco con pietra di tufo. La moglie del dott. Cortà (Maria Dall’Osta di Padola) dice che vuole aprire anche un’osteria. Sai è una donna coraggiosa e piena di iniziative e vuole pure che suo figlio Vincenzo diventi avvocato come suo padre.”

Agnese disse ancora:

“Il mondo è fatto a scale, chi scende e chi sale. Nel mio cantone, invece, c’è chi scende, anzi sono già scesi. Sono i De Tomas di Antarigole. Sono rimasti senza nulla. Hanno messo all’asta tutto compreso la tenuta di Antarigole, loro che ci tenevano molto, come fosse un posto di villeggiatura. Oh che strazio! Veder far trasloco dalla loro casa, tutta di muro, la più bella del paese, ed andare ad abitare là sotto casa nostra in quel labirinto di casa “fraterna Costan” ove abitano già 8 famiglie. Tutti con la testa bassa: donna Antonia Zambelli vedova di Osvaldo, suo figlio Osvaldo con sua moglie Vincenza e 4 figli ancora piccoli, sua figlia Marianna ancora nubile mentre le altre tre figlie sono già sposate. Dall’altra parte si vedeva Nicolò Plaina con i figli Liberale, Michele e Gregorio traslocare le loro masserizie dalla casa “fraterna Costan” alla casa De Tomas da loro acquistata. Pare che dal conguaglio dell’asta, i Plaina abbiano ceduto ai De Tomas la loro quota in quel labirinto di casa tutta di legno.”

Felicita rispose:

“So tutto da mio marito che è agente dei Vettori e  mi disse che pure a Piero Vettori è dispiaciuto quanto è successo a Osvaldo anche perché erano assieme nell’amministrazione del Comune ed anche nella Guardia Nazionale di Napoleone e che la causa principale del declino è stata la disgrazia subita nella rissa di Domegge nel 1832 pare per questioni politiche.”

 

Agnese disse ancora:

“Anche altro si muove nel nostro cantone. Ho visto girare gente foresta assieme a Lucio Gasperin (9) attorno alla chiesa e prendere delle misure e Scolastica mi disse che la Frazione avrebbe intenzione di restaurarla e di ampliarla verso il col Del Brento almeno di 10 metri però è da demolire la casa di Giacomo Ramo e pare ci siano dei contrasti.”

 

1866 Anno di progetti. S’incontrano questa volta Scolastica e la nipote Filomena.

Filomena:

“Bondì nene (zia). Ho fatto una scappata da Candide giusto per salutarvi che ho tanta nostalgia e poi per sapere come state e cosa mi raccontate.”

Scolastica le chiese se avesse almeno chiesto il permesso ai padroni e lei rispose:

“Certo che ho chiesto, allora sì sarebbe bella! Sono venuta giù per i colli e volevo venire su per Freina ma ero sola e non mi sono fidata perché è da attraversare il bosco e così ho preso la strada di Casamul e Tabià dei Creppi.”

Scolastica chiese ancora:

“Dimmi Mena non è mica che sei venuta per vedere solo noi? A me pare che a te piaccia vedere anche qualcun altro. Mi sono accorta quando vai al Col del Brento a prendere l’acqua che tu guardi troppo verso la casa dei Chi de Mo’. Pure in chiesa  strizzi gli occhi verso il banco dei giovani.”

Menuta un po’ rossa dell’improvvisata rispose:

“Non è nulla. E’ dell’amicizia fra noi ragazze ed i giovanotti già da tanto tempo e non è da meravigliarsi. Sai bene che la sera dopo il rosario noi facciamo il giro del paese cantando e quando viene notte siamo già rientrate in casa.”

Scolastica rispose:

“Dopo tutto hai già 22 anni. Ma ti raccomando fa la brava perché il Signore vede tutto.”

Poi continuò chiedendo come andasse con i padroni e che gente fosse e Mena rispose:

“Va bene. E’ gente esigente e corretta (16) e buona solo che la domenica fanno “Uffa ora tocca andare lassù a messa …”

E subito Scolastica la interruppe dicendo:

“Cosa? I signori non vogliono andare a messa. Si vergognino, chi credono di essere.”

Poi Mena continuò:

“Non è che non vogliano andare a messa ma ci vanno mal volentieri. E’ già da antico tempo, forse ancora i loro nonni, che chiedono al Pievano di celebrare una messa di domenica e solo per loro nella loro casa ove hanno una cappella. Ma il Pievano è contrario e dice che quella cosa non verrà mai concessa e cerca di convincerli ad andare volentieri alla messa nella chiesa parrocchiale che è di tutti ed assieme a tutti.”

Scolastica la interruppe indignata imprecando contro i signori che non si degnano di andare alla messa con la gente bassa e vogliono avere il privilegio della messa nella loro casa:

“Non si accontentano mai di privilegi e fa bene il Piovan a non concedere.”

Ma Mena:

“Scusatemi Nene, non è che loro non vogliono andare assieme alla plebe ma è per via dei poveri mendicanti…”.

Allora Scolastica, fuori di sé, gridò ancora di più:

“Ce l’hanno su con i poveri che chiedono l’elemosina? E’ una cosa di obbrobrio. Questa sì che la voglio dire a Prè Bigheran…”

Ma Mena la prese per un braccio dicendo:

“Per favore non dire al Mansionario e non dire a nessuno di quello che si parla perché se i padroni vengono a sapere mi mandano via. Zia devi sapere che la domenica quando si avviano alla chiesa un nugolo di poveri sono attorno loro porgendo la mano e loro distribuiscono i “pupi” (17) e rimangono con la tasca vuota e di poveri ce ne sono ancora che non hanno avuto. Per loro è un fastidio ed un rimorso per non avere distribuito bene. Noi siamo poveri e qui a Costa ci sono ancora più poveri di noi, però non confrontiamo con quelli di lassù che vengono anche da fuori. Si conoscono dalla faccia, sono malnutriti, indolenti, incapaci di lavorare e di pensare, non chiedono nemmeno l’elemosina, aspettano che la si dia. Ogni tanto è la padrona che mi manda con una sporta piena di ogni ben di Dio da certe famiglie bisognose. Però Prè Duane (18) non cede e continua a dirlo: “Date volentieri l’elemosina venendo a messa seguendo l’insegnamento di Gesù: - Se date un denaro ai poveri ne riceverete cento. “

Scolastica calmatasi dalla indignazione allora disse:

“Cambiamo discorso, avrai sentito del progetto della chiesa no?”

E Menuta rispose:

“Ho sentito qualcosa dalla madre e pare ci siano delle discordie ma ditemi voi come va?”

E Scolastica:

“Come sai la chiesa attuale doveva essere prolungata verso il Col del Brento fino alla casa di Ramo Giacomo e la Frazione avrebbe dovuto far su una casa nuova per lui più in là sul terreno dei Marietta vicino al brento. Però i capi famiglia fecero riunione e non vollero sapere di quel progetto perché Costa merita una chiesa migliore ed anche più grande e votarono tutti compatti compreso Prè Bigheran e compresi anche quelli che erano favorevoli al primo progetto. Così loro assieme all’Ing. Palatini decisero di demolire la chiesa e farne una nuova, sempre dov’è l’attuale ma più larga ed allungarla a mattina, sotto il campanile ed hanno chiesto a noi di cedere il nostro orto e di demolire il nostro cesso, perché il muro del coro arriva fino là. L’ingegnere farà la stima dell’orto e del cesso e la Frazione ci pagherà.”

Ma la Filomena non era tanto convinta e disse:

“Così, noi resteremo senza orto che è l’unica terra che abbiamo. Dove andremo a mettere le patate, la salata, le fave? Ci lascieranno almeno quel pezzo laggiù che confina con la strada?”

“No - rispose Scolastica - per la chiesa serve tutto il terreno. Hanno intenzione di fare su un muro alto, riempirlo e fare i “piane” (sagrato) della chiesa e serve tutto compreso quello di Cia Bionda (19) e della Ficcia (20) e loro sono d’accordo. La Ficcia ha detto che farà l’orto giù mei “Medins” o a “Mazilla” e la Bionda chiede alla Fabbriceria di avere un pezzo di terra della chiesa in posto comodo. Così potremo fare anche noi. Lascia fare a me. Parlerò con Pré Bigheran e lui si metterà d’accordo con Giuseppe Lisso che è  fabbricere e poi c’è il vostro tutore (21) che ci darà una mano; anche tuo fratello è d’accordo e si dispiace per l’orto anche se ha altri pensieri sai, lui è sempre giù dai Dorigon e pare che s’intenda con Lucia (22). Noi non potremo mai andare giù a Pazze nel terreno di tua madre a fare l’orto.”

Filomena parve rassegnata e disse:

“Se i capi famiglia vogliono così, così sia. Mi piace la loro scelta.”

  

Ancora progetti. Filomena disse:

“Sentite zia, devo chiedervi un piacere: potreste chiedere a zia Felicita delle stoffe vecchie che ella di sicuro ne ha? Così, se mi date un poco di filo di lino, vorrei fare un paio di scarpetti. Venendo da Candide, prima di prendere i Colli, sono entrata dal “marzer” (merciaio) ed ho visto che hanno un bel velluto per fare le tomaie…”

Allora Scolastica la interruppe dicendo:

“Ho capito per chi  fai gli scarpetti. Mi ero accorta in chiesa la scorsa domenica durante la messa. Eri distratta e guardavi spesso e volentieri verso il banco dei non sposati; là c’era anche quel Toni di Giovanna, è forse per quello che li fai?”

E Filomena rossa in viso mormorò di sì.

Scolastica continuò:

“E’ un bel uomo ma avrà di sicuro 10 anni più di te. Poi noi siamo poveri e lui non è di meno.”

E Filomena continuò:

“Non è la ricchezza che conta, lui è affettuoso, economico, ed ha voglia di lavorare. Ha incominciato già da bocia ad aiutare la famiglia. E’ rimasto orfano a 2 anni di padre e suo fratello Isidoro è già alcuni anni che si è sposato.

Hanno avuto un’infanzia difficile e la madre pure con povertà ma con energia e dignità ha portato avanti la famiglia lavorando i prati della chiesa su a Stabdogn anche senza pagare l’affitto. Ora si sono rifatti però vivono in una casa con poche stanze e sono in otto in famiglia.”

Scolastica disse:

“Visto che è così lui potrebbe venire in casa nostra (23) e non mi dispiacerebbe perché avere un uomo in casa vuole dire molto. Comunque vada io parlerò con “mi so’ Litta” e dirò anche dei tuoi progetti e tu parla con tua madre, fatti coraggio e fa la brava!”

Filomena chiese:

“Allora mi darete la vostra benedizione?”

E Scolastica:

“Sì Mena te la do ma dopo quella di Domine Deus e della Beata Vergine Maria.”

Filomena concluse:

“Spero che facciano presto a far su la chiesa nuova così mi sposo là.”

E Scolastica:

“Non illuderti, quelli di San Nicolò non permetteranno mai che si sposi in Costa.” (24)

 

Nel 1869 si sposarono Filomena Pinter cl. 1844 ed Antonio De Tomas Mo’ cl. 1832 ed andarono ad abitare nella casa di Filomena assiene a sua madre Agnese, suo fratello Gio Batta e la zia Scolastica. Antonio col cognato Gio Batta e Nardin dla Ficcia approffittando del cantiere della costruenda chiesa, ebbero la calcina e quanto altro occorreva, ricostruirono all’interno della loro casa la latrina che prima era all’esterno e venne domolita per fare posto al “coro” = abside della chiesa.

Antonio lavorò anche con l’impresa Ribul Holzer alla costruzione della chiesa. Filomena non andò più serva a Candide. Vissero contenti e felici e nel 1871 nacque il maschietto Luigi Antonio e nel 1875 un altro maschio: Osvaldo che morì poco dopo. In quei tempi la storica campanella suonava di frequente accompagnando gli infanti a La croce di Zoppè. Non basta. L’ala della T.B.C. che faceva strage nelle famiglie colpì anche quella di Antonio e colpì proprio lui che morì nello stesso anno. Filomena dopo il parto si ammalò e malgrado le cure della madre, di Scolastica e dei parenti, nel 1877 a soli 33 anni morì colpita anch’ella da quell’ala.

Luigi Antonio chiamato Antonio rimasto orfano fu allevato dalla nonna Agnese, Scolastica e dallo  zio Isidoro.

 

Nel 1880 morì anche nonna Agnese. Con lui rimase solo Scolastica e zio Gio Batta che si sposò nel 1869, però Gio Batta abitava di rado in Costa, lui stava a Campitello da Dorigon Leonardo “oste” con la moglie Lucia (22).

 

Già prima della morte di Agnese, Scolastica si era ritirata da perpetua con dispiacere suo e del mansionario e si dedicò alla famiglia che ne aveva bisogno e su insistenza del nipote e dei ragazzi di Costa, raccontava le storie di quanto aveva visto o sentito in quegli ultimi anni e volle raccontare della nascita dell’attuale chiesa.

“In primavera del 1867 vidi nell’orto davanti la casa di Libral Plaina operai che spianavano il terreno e poi i buoi che tiravano dei legni, venne costruita la chiesa provvisoria perché erano prossimi i lavori per la nuova chiesa. Era una baracca ampia sì a non tanto. All’interno c’era posto per l’altare della vecchia chiesa e di alcuni banchi e ci potevano stare il prete, i chierichetti, i cantori e forse alcuni fedeli. Gli altri stavano di fuori ed assitevano alla messa e funzioni stando all’esterno. Era munita di un’ampia porta, pavimento di tavole, due finestre, tetto di scandole. Poi, a maggio, si ebbe l’ultima messa nella vecchia chiesa e si incominciò subito a togliere gli arredi, le statue, l’altare e metterli nella tettoia. Anch’io col gerlo portai tanta roba e perfino la gran croce d’argento appena riparata ed i paramenti e le cose sacre venivano messe in due stanze del piano di sopra nella casa di Libral. In due giorni la chiesa era spoglia di tutto ed iniziò la demolizione del tetto e dei muri ed i sassi estratti venivano adoperati a fare il muraglio sopra la via Vecchia. C’era un’infinità di operai venuti dalla Carnia ed avevano fatto una baracca sul Col dal Brento per fare da cucina e mi ricordo che Luigi Gasperin preparava la caldaia della minestra per gli operai di Mieli “Carnia” e mi ricordo il nome dei tre Della Pietra: Giacomo, Dionisio e Pietro. Dormivano nei fienili ed anche nelle case se c’era posto. Alla sera alcuni andavano pure all’osteria di Maria Cortà e di Gasperin.

Poi iniziarono il peggior lavoro: levare i morti del cimitero ed alcuni erano sepolti solo da 5 anni e trasportarli nel cimitero di Zoppè. Il trasporto avveniva solo di notte con i buoi di Giacomo Conte. Adoperavano un’acqua nera puzzolente che faceva tossire e dicevano che era spirito disinfettante, poi la Maria Cortà dava agli operai ed ai carabinieri di guardia dell’acquavite e del tabacco da fiuto e da masticare.

Ho visto pure tagliare la Frassinella che era nel ripido vicino alla vecchia chiesa. Ormai il nostro orto non c’era più. L’avevano già riempito di terra e quella che c’era in più l’hanno messa giù per la Strenta e sopra la casa di Cromar Antonio che litigava sempre perché non la voleva.

Intanto operai di Costa si erano impegnati a contratto a fare i sassi su ai Cronti e si sentivano i botti delle mine poi con i “cocci” (slitte) li trainavano giù fin sopra il campanile e pure al Col dal Brento venendo giù per la strada di monte Zovo.

In giugno gli scavi erano pronti e venne messa la prima pietra (25) con la benedizione dell’Arcidiacono del Cadore, presenti tanti preti ed il nostro mansionario che faceva da guida e tanta gente. C’ero pure anch’io, con i piedi nudi che affondavano nelle paludi e dovevo alzare la “carpeta” (sottana). Ma anche i preti avevano i paramenti sporchi.

Era un via vai di carri con buoi e cavalli che venivano da Tamai con la calcina viva e la sabbia e la calcinera era sempre in funzione. Pensate! A settembre erano già all’altezza delle finestre e gli stipiti delle porte che sono di pietra venivano su da Castellavazzo già pronti su misura. Allora vennero sospesi i lavori e coperti i muri in attesa di proseguire nella successiva primavera. Gli operai di Costa addetti a fare i sassi si lamentavano che pur lavorando tanto avevano una paga più bassa dei manovali dell’Impresa Ribul Holzer ed ancora di più, prendevano solo degli acconti.”

E rivolta ad Antonio disse:

“Anche tuo padre e tuo zio Titta hanno lavorato a fare sassi. Si potrebbe raccontare che cosa successe in paese ma è meglio farlo un’altra volta. Per ora parliamo solo della nuova chiesa. I lavori proseguirono negli anni 1868-69 con mille difficoltà economiche ed i capi Frazione: Piter Giacomo e Ramo Giacomo fecero sapere alla gente che la Frazione aveva dovuto vincolare per 10 anni i proventi dei boschi per pagare i debiti e che i frazionisti non avrebbero potuto avere nulla, nemmeno il sorgo.

Loro avrebbero avuto solo la sospirata chiesa.

In autunno del ’69 venne inaugurata e benedetta la chiesa completata in grande solennità, con molta gente venuta anche da fuori, l’Arcidiacono del Cadore, molti preti e dopo fu offerto il pranzo a tutta l’impresa: operai, falegnami, tagliapietra.

Le cornici delle porte ed il parapetto sul murazzo, tutti adornati di muschio e frasche ed in tutte le case venivano esposte le più belle stoffe che avevano. Faceva spicco la casa di Cromar Stefano, quella sopra la chiesa e la si vede dal piazzale avanti la porta grande. Era tutta adornata con scialli e copriletti avuti in prestito anche da fuori, con tanti nastri e nel mezzo un maestoso ITS (26).”

I ragazzi non sazi di novità chiesero ancora a zia Scolastica:

“Diteci ancora qualcosa. Magari parlate di Pré Bigheran.”

E Scolastica:

“Il mansionario Pré Apollonio è quello che durò più di tutti fra noi. Avrà avuto i suoi difetti perché si allontanava dal paese senza dire nulla alla gente, però era molto attivo e conciliabile. Malgrado queste mancanze, dai capi famiglia di Costa fu proposto come Curato di S.Nicolò dopo la morte del compianto curato Garofalo; invece quelli di S.Nicolò proposero il Prof. Prè Ambrogio Zambelli e Prè Ambrogio vinse e divenne curato. Ben fatta per i Giudei adesso hanno trovato pane duro per i loro denti!

Dopo il mio ritiro da perpetua è stata messa Pinter Filomena (cl. 1855) e la gente la chiama la “Bigherana” (27). Prè Apollonio rimase molto colpito dalle lamentele ed ha sofferto e si è ritirato nella sua Dosoledo, era della classe 1835.

Raccontano che mentre se ne andava, a Stodeprà davanti alla cappella, si voltò e disse: - Costa, chi credi di essere? Con quattordici famiglie sei nata ed in quattordici rimarrai. –“

Infine volle raccontare del fienile Zandonella di Stodeprà:

“Era estate del 1867 e vidi un correre di operai lavoranti nella chiesa e giù per la Strenta con secchi, badili, picconi, poi vidi del fumo salire da Stodeprà ed era in fiamme il fienile Zandonella, si vedono ancora i ruderi a ovest della strada per S.Nicolò ove fa la curva. Bravi gli operai che hanno salvato il fienile vicino e sotto la strada che è di Cromar Antonio (28).”

 

         Scolastica morì nel 1885 e così si chiudono i tempi degli incontri e racconti fra le donne dell’’800, non ci rimane che raccontare ancora quello di un uomo giovane, Antonio, nipote di Scolastica e l’ultima speranza di quei De Tomas Pinter.

Era un ragazzo allegro e semplice e ci teneva alle compagnie e benché ancora giovane aiutava la zia Scolastica nei mestieri di casa essendo ella vecchia e malaticcia e la rincuorava col suo fare arguto ed allegro. Antonio rimase solo a 16 anni e fu aiutato da suo zio Isidoro (29) e dalla cugina Apollonia (30) però volle rimanere in casa di sua madre Filomena. E venne il 22 agosto 1893: Costa è in fiamme.

Bruciò ove lui abitava, vicino alla chiesa e pure la casa paterna che si trovava a valle di via 22 Agosto ov’è la casa di Lelle Butti ex Colatin. Il coraggio non gli mancava e pieno di vita e di forza si iscrisse per la ricostruzione e gli venne assegnato il sito del rifabbrico in via Costan, sito aderente a quello di Pinter Michele ed ottenuta l’ammissione al rifabbrico, con la consegna del legname occorrente e la disponibilità finanziaria, col sussidio della Frazione ed i proventi della cessione dei vecchi sedimi e col sussidio della raccolta di fondi da privati ed enti, iniziò la costruzione a mezzo dell’Impresa Stragà. In seguito la casa fu finita da Costan Zovi Leonardo (da foto del 1905 si vede la sua casa già intonacata ed imbiancata mentre quella aderente di Michele ha i muri ancora grezzi).

Egli lavorò per conto della Frazione agli ordini di Costan Dorigon Gio Batta (cl. 1860) a tenere la stadia mentre disegnavano le strade del paese, poi al riatto della strada di Tamai e fece pure la guardia per due notti alla porta della baracca di Pier Dorigon (31) e questo nel giugno del 1894, baracca risultata infetta tanto che provvide a spargere gli spiriti disinfettanti portati su dalla farmacia da Costan Lisso Lucia (cl. 1879) e lui pensava: - Peccato che è troppo giovane altrimenti potrei farci un pensierino! –

Nel 1896 lavorò per Plaina Leonardo “Madoca” in un faticoso lavoro: doveva trasportare la terra della fondazione e gli scarti della costruzione su su per il ripido prato fin sopra l’attuale strada per M. Zovo per ricoprire la buca prodotta dall’estrazione dei sassi (si vedono ancora i segni di dov’era la cava. Il trasporto era fatto con la carriola zic zac su per il prato).

Egli continuò sempre a lavorare e guadagnare e trovò pure il tempo di partecipare con la gioventù di Costa allo spettacolo della passione di Cristo, in forma ridotta ben s’intende, visto che la famosa passione presentata da quelli di S.Nicolò era stata abolita dai carabinieri con grande dispiacere del pubblico. In questa passione ad Antonio fu dato il ruolo di Ponzio Pilato visto che lui aveva le sembianze e l’espressione di un vero tribuno romano. Si conciava pure i capelli per imitarli, amava il suo ruolo e di nascosto indossava anche la tunica. In paese lo chiamavano Tone Pilato ed in seguito solo Pilato. Anche la sua casa prese il nome di “ceda d’Pilato”.

Purtroppo non durò. Sia perché fece il passo più lungo della gamba nella costruzione della casa di 4 piani, sia lo stress per il troppo lavoro o perché il destino è fatto così, agli inizi del 1900 il suo fisico si fiaccò, colpito anche lui dall’ala della tremenda TBC che non gli diede tregua. Era povero! Dovette la frazione provvedere col sussidio. Benefica fu l’assistenza della famiglia di Costan Zovi Leonardo (1840-1909), vicina di casa, ed in particolare di sua figlia Giovanna che si dedicava alle cure necessarie, alle pulizie, al bucato ecc., rischiando la propria salute. La gente del paese mormorava e diceva: - Vedrete che una volta o l’altra anche Nuta prenderà quel morbo. – Invece Giovanna rimase sana come un pesce, infatti nel 1905 ella si sposò con Zambelli Gnocco di S.Nicolò ed ebbe figli, tra i quali Pierin Goffer.

Antonio non si rassegnava e voleva stare nella sua casa rifiutando l’invito di suo cugino Isidoro fu Isidoro di andare ad abitare nella sua casa, costruita in aderenza a quella di De Rigo Cortà Debora ex Felice D.R. Vedova.

Non si rassegnava nemmeno ad abbandonare la compagnia e l’allegria, piaceva a lui stare in compagnia, però non agli altri e doveva stare in disparte come un Lazzaro qui in terra ed accontentarsi di così.

Col progredire del male nemmeno questa convivenza fu possibile e lui veniva allontanato anche con la frusta, come fosse un untore di “Manzoniana memoria”. Dovette relegarsi in casa e nel rigore invernale accontentarsi del sole nel fienile di Poz assaggiando i “mumi” (rape secche messe sul “penizzo” = poggiolo) e talvolta dormire nel tepore della stalla con le armente.

Pilato morì il 18 ottobre 1904 a soli 33 anni.

 

         Termina così la storia di incontri e racconti di alcune donne di Costa del 1800 che non ebbero fortuna.

 

         Questo racconto è frutto di memorie vocali tramandate dalle generazioni passate nonché di lettura di documenti dell’epoca ed anche di prima ed è condito di quella  fantasia derivata dai costumi di allora.

Grazie a quanti hanno collaborato con le loro preziose memorie ed a quanti hanno permesso di consultare vecchi documenti.

 

Credo che per capire meglio nel dettaglio, sia necessario allegare le sottoscritte

 

N O T E

 

(1)   Prè De Martin Strento, mansionario in Costa dal 1843 al 1852.

(2)   Il nomignolo Antarigole è fittizio, è messo per distinguere altri De Tomas: Colatin, Pinter        ecc. Solo la stirpe dei De Tomas di Ante …non aveva nomignoli.

(3)   Le cargnele sono: Georgessi Maria in Ianese Regin Luigi, è nonna di Maria Regina in Tone   Lioro Zaut, famiglia estinta. L’altra è De Antoni Maria in Ianese Regin Giuseppe, è madre di  “Jo bol bol” Andrea ed i nipoti sono Ianese Regin Luigi (1921) e Ianese Regin Luigina in Costan (1929) ecc.

(4)   Lo stradino è Costan Rossa Apollonio (cl. 1798), analfabeta, era pure necroforo e guardiafuoco e oltre allo stipendio aveva il privilegio di raccogliere le feci degli animali che cadevano sulle pubbliche strade.

(5)   De Rigo Ramo Giacomo (cl. 1840) di Giobattista e Doriguzzi Maria.

(6)   De Tomas Pinter Gaetano (cl. 1812) marito di Fontana Eugenia, padre di diversi figli morti in gioventù. Famiglia estinta. Falegname ed ha lasciato il suo segno nel fienile di Pradatte ex Zanon ove si legge sulla colonna portante “Gaetano De Tomas fece 1877”. Fienile fatto con i figli Francesco di anni 32 e Giosuè di anni 34.

(7)   De Rigo Cromar Antonio (cl. 1815), calderaio, bisnonno di Celeste e di Maria Cecla.

(8)   Mansionario fino al 1852 è stato Prè Titta De Martin Strento, poi Prè Spiridione nel 1854, Prè D.M. Strento Valentino fino al 1856, quindi Costan Lisso Valentino va a Costalta da quel mansionario Prè Valentino Martini pregandolo che mandasse suo fratello Prè Titta.

(9)   De Rigo Gasperin Lucio (cl. 1805), agente comunale magazziniere del legname della Frazione e del fontico del grano saraceno. Contadino con negozio di vari generi e scrivano anche per privati cittadini.

   (10) Abboccatori sono uomini nominati dal capo Frazione quali capo cantiere per i lavori boschivi e stradali.

(11)Prè Osvaldo De Bernardin di Costalta, curato di S.Nicolò dal 1848 al 1877.

(12)La strada censita nel catasto del 1850 è detta “dei duci” cioè di tutti. Essa passa davanti al  

“barco” di De Rigo Rosso Giomaria, padre di Plonia, ora dei Comis Da Ronco di Casada. Il barco è crollato e nelle vicinanze, negli anni 1970, Zambelli Gat Giovanin costruì una piccola baita per i pastori.

(13)Risulta, da scritti di allora, che fieno e legna non venivano trasportati d’inverno con le slitte,

bensì in autunno prima della neve con i “trai” trainati da armenti. I “trai” sono dei carri ad un asse con ruote di legno ove venivano poggiate delle stanghe che strisciavano sul terreno. Arrivati al piano, p. es. Cappella Tamai, le stanghe con il carico venivano alzate e veniva inserito l’asse posteriore. Ecco perché le vecchie strade, ancora visibili, sono incavate nel terreno, le cosiddette Strente, a forza di rimuovere il terreno, poi pensava la pioggia a fare il resto. Specialisti per mestiere in Costa erano gli uomini delle famiglie De Rigo Plaina Nicolò ed Ermagora e De Rigo Conte Giacomo.

(14)Il nome di “La Croce” non deriva perché colà è il cimitero bensì perché da antico tempo

c’era una croce sopra la strada per Tamai ove adesso c’è il capitello. Già nel 1842 esisteva, come già esisteva nel 1845 il capitello a Poz sopra la strada per Costalissoio.

(15)Agostino D.T. Pinter (cl. 1815) di Michele è cugino con Pietro padre di Scolastica.

(16)In quei tempi, 1850, delle donne andavano ad opera sotto padrone per lavori nei campi ma

non tutte erano fortunate. Raccontava C. Strenta Rosa in Salvadori:- Ai tempi di mia madre le donne venivano invitate ad andare ad “ora” (opera) a giornata sotto padrone e questo, prima di iniziare il lavoro, le metteva in riga e faceva mostrare le mani. Quelle che avevano le mani rugose e callose venivano assunte mentre quelle con le mani liscie venivano rimandate a casa.

(17)“Pupi” soldi di rame di un cent di lire austriache. Nel 1867 la paga giornaliera di un operaio

occupato nelle fondazioni della chiesa nuova era di lire una.

(18)Non si sa se ella si riferisca a Prè Giovanni Zarduz Pievano dal 1834 al 1865 oppure a Prè

Giovanni Doriguzzi Pievano dal 1866 al 1905.

(19)Cia Bionda è D.T. Pinter Lucia (cl. 1853) di Lucio in D.R. Lunarda Osvaldo (cl. 1840) detto

il Bola = cabolatore = imbroglione.

(20)E’ Gasperin Ficchio Graziosa. Si racconta che ella cadde nel burrone verso il rio Larice e

stette colà per due notti col femore rotto e diceva al dottore: “Curasiu sior dottor”.

Il burrone è ancora oggi chiamato “Pisandol dla Ficcia”.

(21)Tutore di Filomena e di suo fratello Giobatta è D.R. Sartor Giobatta.

(22)C. Dorigon Lucia (1843-1877), sposata nel 1869, è figlia di Lorenzo e De Mario Giovanna

ed abitava in Campitello presso suo fratello Leonardo “pensionante” che sposò la Tabacchina.

(23)Scolastica abitava nel complesso di casa col civico n. 18 ed ogni abitazione aveva 

sull’ingresso una tavoletta di legno (cm 20x12) col numero seguito da una lettera.

Così negli anni 1870 aveva il n. 18 C.

Il 18 e 18 A erano dei De Rigo Marietta “d’chi Paule”

Il 18 B era di Pinter Leonardo e sua madre la Ficcia

Il 18 D era di Pinter Lucia.

Al complesso di casa venne aggiunto il civico 21 allorché De Tomas Mo’ Antonio si sposò con la Filomena.

Il civ. 17 e 17 B era la casa dei De Tomas di Anter, abitata dai De Rigo Plaina e dai De Tomas Pinter Michele e Benedetto.

Il 19 era la canonica, il 20 quella dei De Rigo Basson, il 22 la chiesa.

Tutte arse dal fuoco del 1893, delle tavolette ne sono rimaste ancora 5: a Stodeprà nel fienile di Marino porta in n. 2 ora illeggibile, tre nella casa dei Meneghetti: una porta il n. 47 le altre a nord sono illeggibili corrose dalle intemperie e si presume abbiano avuto in n. 47 A e B. L’ultima nel fienile di Conte Silvio a Zoppè, tutte fissate sugli stipiti e fissate con chiodi fatti a mano.

(24)Infatti nel 1898 il curato don Peruzzi osò celebrare un matrimonio in chiesa di Costa. Fu

immediata la reazione di quelli di S.Nicolò. Il curato scrisse una energica lettera al Sindaco

nel 1899 dicendo che il diritto canonico non contempla le consuetudini e che Costa meriterebbe anche il fonte battesimale f.to li 27 genn. 1899.

(25)Dalle cronache di allora, la benedizione e posa della prima pietra avvenne il 16 giugno 1867

e venne posta nella parte di sopra ove inizia il coro (presbiterio), vicino alle fondamenta del

campanile a su ovest. In realtà non era la prima pietra bensì quella della vecchia chiesa eretta nel 1656 e si trovava all’angolo nord est della stessa pressappoco ove è adesso.

(26)Della casa ora rimangono i ruderi dei muri con soprastante fienile costruito dopo l’incendio.

La casa aveva il n. 25. Il padrone, cioè D.R. Cromar Stefano (cl. 1824) fece 12 anni il militare nell’Imperial regio Austro Ungarico senza mai venire a casa. Si sposò con D.R. Ramo Elisabetta che l’aspettava. E’ capo stipite della stirpe dei Broccia chiamata così perché erano fabbricanti di chiodi e tappi di legno. Sua moglie Elisabetta durante l’incendio del 1893 si inoltrò nella sua casa per salvare 200 lire e nello scappare la sottana le si impigliò nello steccato dell’orto. Fu soccorsa e morì ustionata in quello stesso giorno nel prato chiamato Arvè. I Broccia sono lontani parenti degli altri Cromar che hanno per capostipite Antonio (cl. 1815).

(27)Pinter Filomena (cl. 1855) “Mena Pintra” si sposò nel 1882 con Cromar Pietro di Antonio ed

è la nonna di Tonin e Celestin.

(28)Zandonella Benedetto di Dosoledo era un facoltoso proprietario terriero nella tavella di

Costa. Egli affittava le terre a chi pagava di più, anche a gente di fuori Costa. Nel 1827 la frazione di Costa per aiutare i suoi frazionisti che erano senza terra fece un accordo con il Zandonella per la costruzione di un fienile a Stodeprà nel cuore dei suoi terreni. E l’accordo era: Costa dava 400 piante da rifabbrico gratis a Benedetto e lui dava in esclusiva in affitto le sue terre a gente di Costa previo affitto al prezzo di mercato. In seguito il nipote di Benedetto lo vendette in parte a Zambelli Sopalù Barnaba e l’altra all’avv. D.R. Cortà Giobatta per lire 700. Erano in affitto delle terre dei Zandonella: Zanon Lucia, Pinter Michele poi suo figlio Agostino, la famiglia Costan Rossa e D.R. Gasperin Lucio. Il fienile andò in malora per incuria. Il Gasperin nel 1855 acquistò la parte dei Cortà da Bortolo Pellizzaroli quale curatore di sua figlia Veronica minorenne; ella è figlia di Graziosa Cortà di Giobatta Cortà avvocato. Il Gasperin non riuscì a convincere gli altri al restauro e così il fienile vegetò fino al 1867.

(29)De Tomas Mo’ Isidoro (1830-1888) sposato tre volte è zio di Antonio ed è capostipite

dell’attuale famiglia dei De Tomas Mo’. Isidoro detto Gioro o Giorin nomignolo colla barba bianca derivante da quel nome. Da scritti di anagrafe risulta un Isidoro (1793-1824) e suo fratello Ludovico ne è il capostipite.

(30)D.R. Rosso Apollonia (1839-1917) detta “Plonia di Rosse” più volte ricordata in questi

racconti si sposò nel 1884 con D.R. Frare Pietro già vedovo con una figlia Giovanna (cl. 1877) ed è lei che la allevò. Plonia abitava prima dell’incendio nella seconda casa a ovest della strada per M. Zovo civ. 28 A e dopo l’incendio la famiglia stette a Pornogn nel casolare accanto al fienile fino al 1900, quindi si trasferì in casa di D.R. Conte Giacomo marito di Giovanna sposati nell’ott. 1898.

(31)Pier Dorigon è Costan Dorigon Pietro (cl. 1856) di Giuseppe e Cromar Caterina, è nonno di

Bruno e prima dell’incendio abitava nella grande casa dei  Dorigon al civ. 5 A che era a ovest della Strenta a monte dell’attuale casa degli Ianese. Risulta che negli anni 1893-94 Pietro ebbe due figli morti infanti ed è forse per questo che provvidero alla disinfezione. Pietro si sposò nel 1880 con D.T. Pinter de Lunarda Giacomina chiamata “Jacmina dla Stefna” in quanto sua nonna Maria Valentina Quandel Daria era di S.Stefano.


STORIA DI UNA FRASSINELLA

Sono discesa dal cielo e posata nel prato circostante la vecchia chiesa di Costa e la terra mi ha fatta di legno.

Erano 200 anni fa. Mi accorgo dalle rughe che ho dentro di me.

Sono cresciuta e venuta alta e le mie fronde in estate rendono refrigerio alla chiesa e rumoreggiano al vento come volessi parlare con esso e con tutto quello che era nel prato.

Ai primi freddi d’autunno lasciavo cadere le foglie ed il sole entrava attraverso l emie braccia nude a riscaldare i muri della chiesetta. Io non avevo freddo ed ero contenta di essere lì utile alla mia compagna la chiesa.

Venne il 1867 fui tagliata per lasciare spazio alla nuova chiesa più grande e più bella. E l’operaio addetto mi disse:- Non temere. Non ti porto via non ti brucio. Appena fatto il muro della chiesa ti rimetterò nello scavo delle fondazioni e là starai in pace per sempre. Là stetti 130 anni sentendo sopra di me il passo dei fedeli che andavano alla messa ed il correre dei bambini. Nel 1999 in occasione degli scavi per il marciapiede nella parte sud della chiesa ritornai alla luce per essere destinata agli inerti di Cappella Tamai. Mani pietose mi raccolsero in tempo e mi custodirono fino adesso restituendomi nell’area dove sono nata anzi all’interno della chiesa: nel presepio.

 


 

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